Celeste | Personali

“Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta”. Ciao Davide.

13/03/2018

-> ATTENZIONE: il seguente post NON parlerà di viaggi.
I suoi contenuti sono pesanti, ma per me, in questo momento, necessari. Scusatemi. <-

Vi capita mai di provare a “catalogare” voi stessi? Di volervi definire, in qualche modo?
Io ammetto di pensarci ogni tanto, e credo di avere le idee ben chiare.
Mi vedo come divisa in scomparti: c’è la Celeste viaggiatrice, la Celeste wannabe travel blogger, la Celeste fangirl, la Celeste tifosa, la Celeste gattara.
Tutti questi aspetti, che sono poi quelli che emergono quotidianamente predominando su tanti altri che non sto qui a menzionare, si riducono ad un punto in comune: una passione viscerale.
Quando tengo davvero a qualcosa non mi risparmio, ci metto tutta me stessa. E non importa se le gioie ed i dolori sono sconsolatamente impari (a favore di questi ultimi), so benissimo cosa mi aspetta ogni volta che scelgo di mettermi in gioco. Ma la passione non è forse il sale della vita? Della mia sicuramente.

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Più dolori che gioie, dicevo. Ci sta, mica può andare sempre tutto bene.
Posso stare qui a rodermi il fegato per non avere abbastanza fondi per il tanto sospirato viaggio negli USA, o per non potermi permettere una traversata transoceanica al solo scopo di vedere la mia band preferita esibirsi a Las Vegas. Mi lagno per un po’ fino ad arrivare alla solita conclusione:
Ma sì dai Celeste, prima o poi vedrai che tocca anche a te“.
Quando un giorno succede una cosa. Una cosa brutta, di quelle irreparabili, che ti fa mettere tutto in discussione. Succede che una delle persone che fanno parte di una delle tue grandi “famiglie”, la famiglia alla quale sei legata da più tempo, non c’è più. E quella conclusione così naturale, ovvia, tanto ovvia adesso non lo sembra.

E come fai a spiegare ad un altro, a colui che non fa parte né della tua di famiglia, né di altre con colori diversi, che voragine può lasciare qualcuno che neanche conoscevi?

Vorrei provarci, più la mia “sanità” mentale che a vantaggio di coloro che si limitano a giudicare dall’alto della loro paventata superiorità, senza nemmeno provare a capire. Che pensano di liquidarla con “è solo un gioco“. Sì, certo.

Il rapporto tra un tifoso di calcio e la sua squadra di giocoso non ha niente. È questione di passione, fede, devozione, fiducia. Amore folle e spesso irrazionale.
Persone che nemmeno conosci le senti più vicine di altre con cui hai avuto effettivamente a che fare, “solo” perché le vedi ogni domenica indossare e difendere quei colori che per te significano così tanto; fino ad avere la sensazione che, in realtà, tu quelle persone le conosca; in fondo non abbiamo a cuore lo stesso interesse?
Partita dopo partita, ti ritrovi a tenere a loro senza nemmeno sapere come. Li vedi più dei vecchi amici, ne parli più che degli amori passati. Alcuni rimangono un punto fermo anche quando cambiano aria. “Hai visto la foto che ha postato Gonzalo? Ma che tatuaggio brutto s’è fatto?“. Eccerto.

Ciao, mi chiamo Celeste, tifo Fiorentina da quando ne ho memoria, e anche se tu non sai che io esisto, per me sei importante. Grazie per tutto quello che hai fatto/fai/farai per la mia squadra, il cui bene è probabilmente l’unica immensa cosa che abbiamo in comune. Grazie.

Mettiamola così: è un po’ come quando gioca la nazionale, o ci sono le olimpiadi. Pochi giorni sono sufficienti ad identificarsi ed affezionarsi a quegli atleti, anche se questo o quello sport solitamente non lo seguiremmo nemmeno sotto tortura. Immaginate però che lo sport in questione vi piaccia; anzi no, che lo amiate. E che il rapporto emotivo con gli atleti non si limiti a giorni, ma ad anni.

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Entrate in quest’ottica e provate ad immaginare come possa sentirsi un tifoso fiorentino (e non solo lui, ad onor del vero) da quel maledetto 4 marzo. Una domenica come tante altre, finché al solito non si aprono i social, o non si accende la TV, e un fulmine ti trapassa da capo a piedi. Il capitano non c’è più. 
Il capitano, ovvero un ragazzo di 31 anni dai modi gentili, un sorriso raggiante, un’onestà disarmante, e padre di una bambina piccola. Già qui il vostro “era solo un mercenario che correva dietro ad un pallone” non sta in piedi, miei cari fenomeni.  Perché solo questo, indipendentemente dal lavoro intrapreso, non può non spezzare il cuore.

Il mio si è frantumato in tante piccole schegge, che sto disperatamente tentando di rimettere insieme ma che si sparpagliano sempre di più, portate alla deriva dalle lacrime che continuano a cadere. Mi dico che sto così da schifo perché in una situazione analoga ci siamo già passati in famiglia in tempi troppo recenti, ed in quadro ancora peggiore se possibile.
Poi l’altro giorno, allo stadio, ho osservato le migliaia di persone che mi circondavano, che condividevano insieme a me lo stesso grande dolore. Stiamo così perché se n’è andato uno dei nostri. Uno che quell’affetto se lo era meritato ad ogni calcio al pallone, ad ogni intervista, ad ogni autografo. Uno che ci teneva, tanto quanto noi.

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Ed è proprio per questo, Davide, che a te ci tengo un po’ più che a tutti gli altri. Ci metti la faccia; non ti tiri mai indietro; ti prendi sempre le tue responsabilità, e pure quelle degli altri; lotti per quello in cui credi; sei un capitano vero, che tiene alti questi colori con orgoglio. E vogliamo parlare di quel sorriso??? Forse non ci conosciamo, ma che importa? Sei parte integrante della mia vita. Quella parte tinta di viola che mi fa dannare ed esultare, piangere di frustrazione o di gioia.
Ma le lacrime di quest’ultima settimana, non avevano niente di tutto ciò. Sono cariche di incredulità, di una rabbia che mi sta logorando. Di domande che non troveranno mai una risposta, proprio come 5 anni e mezzo fa.

Una cosa è certa: nonostante fisicamente tu non sia più qui, continuerai ad accompagnarci in questa grande avventura, come hai fatto negli ultimi due anni e mezzo. Vuoi dirmi che tutto quello che è successo domenica sia frutto del caso? Vuoi dirmi che è normale per un qualsiasi essere umano saltare come ha fatto Victor Hugo? Per di più alle 13 spaccate?
Davide, ci rialzeremo. Pian piano ci rialzeremo. E lo faremo per te.
Ciao Capitano.

“Quando vi diranno che in fondo è solo un gioco, fate vedere questo. Capiranno. “

  1. In lacrime ho letto le tue parole. E non sono nemmeno una tifosa. Cioè, lo sono, ma di MotoGP…e ad ogni gara mi viene la gastrite, perché l’emozione serrata, si mischia alla paura che possa accadere qualcosa di brutto. Come in effetti è gia successo in passato.
    La gente parla Celeste. È solo uno sport, quel tizio nemmeno lo conosci o, nel mio caso (visto che tifo un ragazzo spagnolo), le parole che arrivano a me è lui sono insulti e auguri di morte.
    Come se la morte non fosse sempre con noi, comunque, anche senza gente di merda, che mette aria in bocca, solo per istinto.
    Sappi che a me piace molto la Celeste appassionata. Se tu non fossi così, non avrei mai notato né te né il tuo blog pieno di sentimento.
    Un abbraccio,
    Claudia B.

    1. Non serve essere tifosi di calcio, basta esserlo davvero di uno sport qualunque. Il paragone che mi hai fatto in privato con Simoncelli calza a pennello, anche se le dinamiche sono state diverse… e in uno sport comunque così pericoloso come la MotoGP, dove cani e porci si sentono in diritto di mandare accidenti, fa ancora di più gelare il sangue.
      Ok, forse noi non li conoscevamo, ma cambia davvero qualcosa? Hanno comunque avuto un grosso impatto sulla nostra vita. E nessuno dovrebbe sentirsi in diritto di giudicare. Ma figuriamoci…
      Ti ringrazio più del solito per le tue parole, sia qui che su altri canali, che mi hanno davvero tirato sù in un momento pessimo. Ti abbraccio forte <3

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