Il memoriale di Kadinjača, lo spomenik più maestoso di Serbia

L’architettura brutalista dell’ex Jugoslavia non riguarda solo i grandiosi edifici presenti in molte città dei Balcani.
Poterla ammirare nelle sue varie sfaccettature era una delle ragioni per cui non vedevo l’ora di poter tornare in Serbia ed esplorarla al di fuori della sua capitale, che ne è (ovviamente) ricchissima.  Così, nell’organizzare il viaggio in auto da Novi Sad fino alle regioni centrali del Paese, accanto a delle vere e proprie “icone brutaliste” come la Torre di Avala o la Genex Tower a Belgrado non potevamo farci mancare delle costruzioni altrettanto maestose, ma concepite per uno scopo del tutto diverso: quello di ricordare e celebrare la resistenza delle truppe partigiane contro il nazifascismo. È così che ci siamo ritrovati a Kadinjača, piccolo villaggio a nord di Užice e sito dello spomenik più maestoso (e forse visitato) della Serbia.

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Cosa sono gli spomenik e qual era il loro scopo

In lingua serbo-croata, spomenik significa semplicemennte “monumento”. Peccato che, in un contesto come quello dell’ex Jugoslavia, di semplice non ci sia niente.
Il termine raggruppa infatti dei monumenti unici nel loro genere, ovvero quelli voluti dall’allora presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia Josip Broz “Tito”. I memoriali, di questo si tratta, sorsero in luoghi simbolo, per onorare e ricordare la resistenza durante la “guerra di liberazione popolare” (la Seconda guerra mondiale) contro le forze dell’Asse. Dei veri e propri colossi in perfetto stile brutalista vennero realizzati dai migliori architetti ed artisti dell’epoca (Bogdan Bogdanović, Gradimir Medaković, Dušan Džamonja, Miodrag Živković sono solo alcuni) in forme volutamente astratte ed uniche nel loro genere, metafora dell’esperienza vissuta dai partigiani.

Spomenik come luoghi di commemorazione dunque, ma anche di presa di coscienza dei valori fondamentali dell’antifascismo, dell’amor di patria, dell’educazione civica. Strumenti per imparare la storia, toccarla quasi, e far sì che rimanga bene impressa. Non è un caso che nei complessi più estesi ci fosse un anfiteatro dove le persone potessero riunirsi, ed era prassi comune che le scolaresche venissero portate in gita in questi musei a cielo aperto che fungevano da aule per i “giovani pionieri” jugoslavi.

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Agli spomenik “ufficiali” si unì, dagli anni ’50 agli anni ’90, un numero indefinito di opere dalle dimensioni più ridotte sorte sia in luoghi isolati, come quelli titini, che nei centri città, tanto che si stima che nel 1961 dovessero essercene circa 14.000. Quanti fossero in piedi nei primi anni ’90, quando si arriva alla dissoluzione della Jugoslavia, nessuno lo sa. Di certo, con la Repubblica Socialista tramonta quella società utopica, unita contro un nemico comune, che Tito aveva cercato di far nascere e rafforzare anche attraverso gli spomenik. Un tentativo, il suo, di creare un’unità nazionale nonostante le profonde differenze etniche, religiose e politiche delle sue componenti.

Differenze così sostanziali da sfociare in un’inevitabile guerra civile, a poco più di 10 anni dalla morte del maresciallo. Tra le vittime si annoverano anche molti dei memoriali, simboli troppo ingombranti di un passato doloroso dal quale le neonate repubbliche volevano distaccarsi il più possibile. Così alcuni sono stati distrutti, altri pesantemente danneggiati, altri ancora abbandonati a loro stessi. Sono proprio questi ultimi, con la loro malinconia intrinseca ed un fascino anacronistico, ad aver attirato molti visitatori nell’ultimo decennio, visitatori affascinati da quei giganteschi testimoni di un qualcosa che non c’è più, di un progetto troppo ambizioso perché potesse funzionare.

Ah sì, c’è anche qualche spomenik intatto qua e là, e di questi si ha una gran cura. Come a Kadinjača, dove sulla cima della montagna si ricorda l’eroica battaglia che sancì la fine della Repubblica di Užice. Simbolo supremo della storia partigiana ed di un futuro non realizzato.

Se anche tu sei affascinato dall’architettura brutalista e dal “fenomeno spomenik“,  ti consiglio di dare un’occhiata al sito Spomenik Database, la pagina in assoluto più completa che si possa trovare sul web. Si tratta dell’ambiziosissimo progetto di Donald Niebyl, che sta tentando di rimettere insieme TUTTI i pezzi di questo enorme puzzle; missione quasi impossibile, ma portata avanti con grande passione e competenza. Questo articolo sarebbe stato molto meno completo senza i suoi spunti.

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Il memoriale di Kadinjača

Dove si trova e cosa rappresenta

Il valore storico ed educativo del memoriale di Kadinjača è facilmente intuibile da un semplice dato: il giorno dell’inaugurazione del complesso, il 23 settembre 1979, ad assistere al discorso di Tito c’erano oltre 100.000 persone. Ma cosa successe esattamente durante la Seconda guerra mondiale perché lo spomenik più suggestivo e maestoso di Serbia venisse costruito proprio qui, su una (oggi) verdeggiante collina 14km a nord della città di Užice?

Il 24 settembre 1941 Užice, insieme al territorio circostante, diventa il primo e solo angolo d’Europa ad essere liberato dall’occupazione nazista. Nasce la Repubblica di Užice, che tuttavia avrà vita brevissima: nel novembre dello stesso anno, 3000 soldati della Wehrmacht preparano una controffensiva col compito di riconquistare la regione; ci riescono ufficialmente il 1 dicembre, dopo essere stati rallentati dall’opposizione del Radnički bataljon (battaglione dei lavoratori) all’altezza di Kadinjača.

Quella che passa alla storia come battaglia di Kadinjača (29 novembre 1941) è di fatto un suicidio annunciato per i circa 400 partigiani serbi. Le oltre 6 ore di feroce resistenza, durante le quali pochissimi sopravvivono alla furia dei tedeschi, risultano decisive e regalano del tempo preziosissimo per l’evacuazione di civili e leader politici da Užice. La Užička republika crolla dopo appena 67 giorni, ma le forze dell’Asse non possono ritenersi soddisfatte, poiché l’obiettivo era quello di catturare Tito e distruggere la resistenza partigiana. Alla fine della guerra, la città verrà ufficialmente rinominata Titovo Užice.

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La costruzione dello spomenik

Undici anni dopo la battaglia, sulla montagna di Kadinjača viene costruito un monumento dall’apparenza piuttosto modesta, un obelisco in marmo bianco a forma di piramide alto appena 11 metri sotto cui si trova una cripta che custodisce i resti dei partigiani del Radnički bataljon. È nel 1962 che si incomincia a discutere di un possibile ampliamento, che tuttavia non prende vita fino al 1977, quando viene selezionato il progetto dello scultore Miodrag Živković e dell’architetto Aleksandar Đokić, ideatori di un complesso che ingloba il monumento esistente (senza distruggerlo, come invece volevano altre proposte) e valorizza ulteriormente il sacrificio degli “eroi di Kadinjača“, come recita una delle placche commemorative sull’obelisco. Sulle altre due, sono incise alcune strofe della famosissima opera del poeta Slavko Vukosavljević, “Kadinjača“:

Rođena zemljo, jesi li znala
– tu je pogin’o bataljon ceo;
crvena krv je procvetala
kroz snežni pokrov, hladan i beo.
Noću je i to zavej’o vetar.
Ipak, na jugu vojska korača:
Pao je četrnaesti kilometar,
al’ nikad neće – Kadinjača!

Patria cara, sappi
– qui cadde un intero battaglione;
dal sangue sbocciarono primule rosse
nel gelido, bianco nevone.
I venti notturni li ricoprano.
Eppure, un esercito marcia all’orizzonte:
Il quattordicesimo chilometro è caduto,
ma giammai cadrà Kadinjača!

Traduzione ripresa dal sito CNJ.it – Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia, dov’è possibile trovare il testo quasi integrale della poesia.

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I lavori di costruzione, ai quali partecipano anche gruppi di volontari, si protraggono per 2 anni.
Quando, il 23 settembre del 1979, Josip Broz Tito inaugura il memoriale di Kadinjača davanti a circa 100.000 persone, di modesto c’è rimasto ben poco.

La piramide resta un elemento focale, diventando parte di un ampio percorso che, da un anfiteatro semicircolare, si snoda fino a raggiungere la vera protagonista, una coppia di piloni di cemento bianco alti 14 metri (come 14 sono i chilometri che lo dividono da Užice, distanza percorsa a piedi dal battaglione prima dello scontro). Ciò che colpisce è l’enorme squarcio simmetrico che punta dritto verso la città, e che ricorda un foro di proiettile; al suo interno, si fanno largo delle forme simili a facce umane. In realtà, è l’intero complesso ad essere impregnato di simbolismi: ad esempio, si è ipotizzato che le sculture ondulate (e che sono “decorate” da teste e volti umani) rappresentino i partigiani, mentre quelle geometriche ed appuntite, fredde e senza vita, le truppe tedesche.

All’imbocco delle scale che portano al cuore del memoriale si trova la Spomen-Dom Kadinjača, museo che ospita sia delle esposizioni riguardanti la battaglia che alcune più recenti circa i bombardamenti NATO in Serbia del 1999. Nel 1984 viene aggiunto un terzo elemento sulla collinetta che sovrasta il museo, a commemorazione della morte di Tito; nel “bosco dei partigiani” si piantano 88 alberi, tanti quanti gli anni del maresciallo (la cui tomba si trova a Belgrado, nella “casa dei fiori” presso il museo di storia della Jugoslavia), e qua e là spunta qualche cannone, cimelio della Seconda guerra mondiale.

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Il memoriale di Kadinjača oggi

Non sorprende che, nell’era post jugoslava, il complesso di Kadinjača non se la sia passata bene. Dopo oltre un decennio di gloria, durante il quale si stima che circa 2,3 milioni di turisti si siano appositamente spinti fino alla cima della montagna per visitarlo, all’inizio degli anni ’90 è come caduto nel dimenticatoio, abbandonato a se stesso; certo, c’era altro a cui pensare, e come accennato all’inizio gli spomenik erano ormai una testimonianza “scomoda” di un passato troppo recente e controverso. Bisogna aspettare il 2012 perché il sito venga rimesso in sesto. Ed il lavoro fatto è veramente impeccabile.

Ero consapevole, già da prima della partenza, dello stato in cui versano molti degli spomenik superstiti, ma al contrario di loro Kadinjača si presenta come meglio non potrebbe. Un manto verdissimo di erba da cui spuntano enormi massi bianchi uniti da una sorta di passeggiata, in una zona dove altrimenti ci sarebbero solo pascoli e boschi; d’altro canto siamo in piena campagna e la stessa Užice, giù a valle, è praticamente invisibile, anche se onnipresente. L’importanza di Kadinjača traspare anche dalla quantità di indicazioni che permettono al visitatore di raggiungere il memoriale senza problemi; no, non è così scontato, considerando la difficoltà che abbiamo avuto nello scovare altri punti di interesse in giro per la Serbia.

Di certo si tratta di una tappa irrinunciabile, oserei dire quasi al pari dei meravigliosi monasteri secolari (come lo strabiliante monastero di Manasija). Racconta una storia diversa, ma altrettanto fondamentale per comprendere la storia e la società odierna di un’area dagli equilibri ancora piuttosto delicati. Per me è stata una grande emozione poterlo visitare, non solo perchè mi affascina da matti l’architettura brutalista: leggere di questi memoriali futuristici, scorrere le immagini sul web, non prepara minimamente a ciò che ci si trova davanti, alla sensazione che si prova camminando su un campo di battaglia trasformato in un omaggio davvero commovente. Almeno, è così che l’ho vissuto io. L’unica nota stonata è stato il museo, purtroppo chiuso al pubblico.

Informazioni pratiche per visitare il memoriale

Il complesso di Kadinjača si trova 14km a nord-ovest di Užice, lungo la strada che porta a Bajina Bašta ed al confine con la Bosnia Erzegovina.
Non c’è alcun tipo di recinzione che possa impedire l’accesso, che quindi è assolutamente libero. Discorso diverso per la Spomen-Dom, il cui ingresso si trova proprio di fianco alla scalinata che sale fino al memoriale: durante la nostra visita era chiuso, e da quanto leggo sul web è una “prassi” abbastanza comune; non saprei quindi indicare eventuali orari, né il costo del biglietto. Qui c’è anche un cartello informativo con qualche accenno storico in serbo, inglese e russo che contiene qualche foto d’archivio.

Il modo più semplice per raggiungere Kadinjača è senza dubbio in auto. Se si arriva dalla città, occorrono circa 20 minuti per coprire i famosi 14km, la strada è in buone condizioni ma ci sono davvero molte curve (non che scendendo da nord sia molto meglio). Davanti all’edificio che ospita il museo c’è un ampio parcheggio, e dalla parte opposta della strada anche una fermata dell’autobus. Di sicuro, ci sono dei mezzi che la collegano al centro di Užice, ma anche in questo caso la tabella degli orari è abbastanza nebulosa. Per questo consiglierei, se non si viaggia con un mezzo proprio o a noleggio, di affidarsi ad un servizio taxi.

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