Le mie impressioni sulla Serbia ed il bilancio del viaggio

Le ferie in auto in Serbia. In autunno. 10 giorni. Organizzate all’ultimo tuffo in meno di una settimana.
Se qualcuno avesse anche solo ipotizzato tale scenario qualche mese fa, gli avrei riso in faccia e consigliato di posare il fiasco.
Invece una certa congiunzione astrale, giusto un tantinello influenzata da una pandemia mondiale che ci eravamo illusi si sarebbe in qualche modo affievolita col passare dei mesi, insieme a vacanze estive che ormai posso solo sognarmi, ci ha dirottati verso un viaggio che prima o poi avremmo comunque fatto. Forse non così, e non in ottobre.
Ottobre è “riservato” alla Scozia e noi, da pazzi, c’avevamo creduto. Per ritrovarci a cancellare tutto per la seconda volta, in un 2020 che di sicuro ha avuto problemi molto più gravi dei nostri sogni infranti.

Impossibilitati a salire su un qualsiasi aereo, ma con un bisogno assoluto di scappare il più lontano possibile almeno per qualche giorno, la scelta non poteva che cadere su una destinazione non troppo distante, raggiungibile in macchina che non si sa mai, dove la situazione COVID fosse ufficialmente sotto controllo e che avesse un certo richiamo su di noi. La Serbia era perfetta, avremmo voluta conoscerla meglio già da quel fine settimana a Belgrado targato 2018.
Certo, organizzare un viaggio che si è rivelato più impegnativo del previsto in pochi giorni è stata un’arma a doppio taglio. Non credo che l’itinerario avrebbe subito particolari variazioni, ma avrei avuto modo di documentarmi meglio su alcune zone e su certi aspetti ai quali, non mi stancherò mai di dirlo, non ero preparata psicologicamente. Andiamo sullo specifico? E andiamoci. Per ora attraverso i post che quotidianamente pubblico sulla pagina Facebook dal posto, e che sul blog ravvivo e riaggiusto un po’.

Day 1/2 -> Sremski Karlovci & Novi Sad

A come siamo finiti ad imbarcarci in un viaggio in auto di oltre 1000km all’ultimo secondo, bè… quello molto in breve te l’ho raccontato.
Certo è che la Serbia era una delle destinazioni in cima alla nostra lista, e che per fortuna un itinerario di massima su come potessimo sfruttare una settimana a disposizione l’avessi già nel cassetto pronto all’uso. Itinerario troppo ciccione e che ha subito diversi tagli, ma che di fatto stiamo aggiustando chilometro dopo chilometro. Per me, maniaca dell’organizzazione, una sorta di trauma col quale sto cercando di convivere. Di certo, il “trauma” minore da quando abbiamo oltrepassato il confine.

Gli altri, in ordine di tempo:

  • doganiere che si mette a ciarlare in italiano, senza minimamente chiedere da dove arrivassimo (per chi sta in Croazia oltre 12 ore al momento c’è obbligo di quarantena);
  • gente che cammina a piedi in autostrada, incluso un pazzo che ha aspettato che passassimo per attraversarla;
  • guida per campagne e paeselli tra Sremska Mitrovica e Sremski Karlovci, pieno di mezzi pesanti ma con l’asfalto che è un lusso che puoi sfruttare solo se qualcuno non arriva in direzione opposta. Altrimenti, buche che sembrano crateri;
  • sempre nelle suddette campagne, Fiat Punto imboscata con all’interno due poliziotti ed un mega autovelox. Come potesse starci tutto nei sedili davanti è ancora un mistero;
    avrei preso tutto o quasi sul ridere se non fosse stato per i tanti, troppi cani randagi; in città sembrano per lo meno nutriti, ma fuori è meglio che non ci pensi. Continuiamo ad incontrarli anche nei luoghi più improbabili, cercano un po’ coccole e affetto più che qualcosa da mangiare. Pugni nello stomaco a raffica;
  • Novi Sad bella e dal centro curatissimo, ma se non fosse per il cibo mi sarebbe sembrato di essere in Austria, Ungheria, Repubblica Ceca. Ovvio, vista storia e posizione. Nonostante lo sapessi e mi sia piaciuta molto, mi è rimasta un’insoddisfazione di fondo.

Sono certa che di traumi se ne aggiungeranno altri alla lista. Ad alcuni almeno ero preparata, ad altri nemmeno lontanamente. Colpa mia, troppo presa dalla partenza per soffermarmici, per scavare più a fondo. Che mi serva da lezione. Insomma, è stato un inizio più amaro che dolce, anche se a renderlo più piacevole ci hanno pensato forni, pasticcerie e ristoranti, sempre ottimi e dai prezzi quasi ridicoli per i nostri standard. Adesso però qualche bella sorpresa sarebbe gradita, non vorrei che quest’ansia mista a tristezza mi accompagni tutta la durata del viaggio.

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Day 3 -> Kadinjača Memorial Park, Bajna Basta, Užice

Il terzo giorno in terra serba ci ha portato verso ovest.
Cullati per un lungo tratto da un’autostrada nuova e praticamente deserta, siamo arrivati a sfiorare la Bosnia-Erzegovina. In mezzo, poche e ben ponderate fermate che ci hanno fatto decisamente entrare in clima balcanico. Partiamo proprio da loro, le strade.
Ti ho confidato i vari traumi accumulati nella prima manciata di ore, e non ti nascondo che affronto ogni nuovo percorso con una bella carica di ansia che mi martella il petto. Nonostante le curve e gli immancabili dolci cuccioloni qua e là, l’asfalto era in condizioni tutto sommato buone, ed i panorami che si sono aperti davanti ai nostri occhi una boccata d’aria fresca.

Te ne faccio un’altra di confidenza: se dai una sbirciatina tra i profili Instagram che seguo, ne troverai molti che riguardano l’architettura brutalista, inclusi quei monumenti colossali che Tito disseminò su tutto il territorio dell’ex Jugoslavia, in luoghi specifici, in memoria di eventi o battaglie significative. I celebri spomenik. È anche per questo che ci siamo spinti nella zona, volevo visitare il Kadinjača Memorial Park, cercare di capire.
Di ciò che è stata la Repubblica di Užice lo racconterò presto. Per per farla brevissima è diventata, nel 1941 e per appena 67 giorni, l’unico territorio degli stati coinvolti nella seconda guerra mondiale libero dai nazisti in tutta Europa. Questo fino al 29 novembre, quando si è combattuta sulla collina dove sorge il memoriale la battaglia di Kadinjača.
Trovarsi tra quegli enormi monoliti, in un luogo tanto importante, fa sentire davvero piccoli ed impotenti.

Per alleggerire un po’ l’atmosfera, ci siamo spostati in località Bajna Basta, divisa dalla Bosnia dal fiume Drina, confine naturale tra i due stati. Proprio in mezzo al fiume sorge colei che ormai è conosciuta come “la casa sulla Drina“, una casetta costruita da un gruppo di amici su uno spunzone di roccia nel 1968. Da allora ha resistito a piene ed intemperie, diventando la vera star della zona. Per la cronaca, per pochi metri appartiene alla Serbia.

L’ultima parte della giornata l’abbiamo dedicata ai nostri stomaci. Prima con uno stop alla piccola distilleria di rakija (distillato di frutta tipico dei Balcani) Stara Pesma, che sforna prodotti davvero eccellenti oltre che pluri-premiati (ma dovrebbero rivedere un po’ l’approccio coi clienti). Poi, dopo aver tribolato per i saliscendi di Užice alla disperata ricerca di un parcheggio in una vera e propria giungla cittadina, ci siamo infilati in un piccolo ristorante tipico dalla cucina genuina ed una proprietaria dolcissima. Nonostante l’inizio in salita, letteralmente, Užice si è rivelata una tappa fondamentale.

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Day 4 -> Užice, Drvengrad, Bele Vode, grotta di Stopića

Con Užice è stato amore a prima vista, nonostante all’apparenza non abbia niente di “tradizionalmente” bello da offrire.
L’importanza storica di quella che per 67 giorni è stata la Repubblica di Užice, per poi venire rinominata, fino al 1992, Titovo Užice, è immensa. Non è un caso che nel cortile del museo cittadino si trovi la seconda statua di Tito più grande al mondo dopo quella a Velenje, in Slovenia. E dove, se non da qui, poteva iniziare la nostra visita?

C’è da premettere che Užice nel periodo socialista era tra le città industrialmente più sviluppate della Jugoslavia, fino alla crisi sfociata nella guerra civile degli anni ‘90 e soprattutto fino allo bombardamenti targati NATO del 1999. Le conseguenze sono ancora oggi evidentissime, seppure la città ci sia sembrata molto attiva e vivace. Che siano pochi i visitatori che capitano da quelle parti è altrettanto evidente, tanto che i custodi ci hanno guardato come fossimo due alieni, ed il museo l’hanno aperto solo per noi. Peccato, perché vale tantissimo.
E peccato anche che la bella esposizione dedicata alla seconda guerra mondiale sia soltanto in serbo, per di più cirillico. Descrivere la visita al tunnel/bunker, trasformato per i famosi 67 giorni in una fabbrica di armi e munizioni, l’ansia che mi ha accompagnato dentro quell’enorme buco bersaglio di ripetuti attacchi, quello non sarà affatto facile.
Per il resto, mi sono fatta guidare dagli enormi palazzoni di cemento tanto cari all’architettura brutalista, il cui grigiore è spezzato da qualche murale e da una miriade di casette colorate che sorgono sulle colline tutto intorno al centro città. D’altra parte Užice è nata e si è sviluppata in un’enorme buca tra le montagne, la riva del fiume è vista al pari di una spiaggia, mentre della città vecchia non rimangono che brandelli di mura della vecchia fortezza (in restauro).

Raggiungere la tappa successiva, il villaggio etnografico partorito dalla fantasia del regista Emir Kusturica, è stata una sorta d’avventura, visti i massicci lavori su molte delle strade principali. Drvengrad-Mećavnik, ribattezzata dal creatore Küstendorf, si trova anch’essa tra le montagne, ed è un luogo davvero particolare. Le tipiche casette di legno di reale hanno poco o niente però, dietro le loro porte ci sono negozi o più spesso appartamenti per coloro che vogliono passare un po’ di tempo in un resort unico al mondo, dotato di piscina e campi da tennis e le cui “strade” sono intitolate ai miti dell’eclettico artista. Tutto molto kitch, e tornando indietro non credo rifarei la scelta di includerlo nell’itinerario.

Una bella sorpresa è stata la piccola chiesa ortodossa di Bele Vode, costruita in concomitanza di una delle fermate del treno Šarganska Osmica, che segue un breve percorso storico intorno alla località di Mokra Gora. Gli interni poi, quelli mi hanno lasciata a bocca aperta!
Un vero villaggio etnografico l’abbiamo dovuto lasciare indietro grazie alle sempre chiarissime indicazioni serbe: siamo impazziti per trovare l’accesso alla grotta di Stopića, infilandoci in strade improbabilissime ed impiegando quasi un’ora per capire dove fosse l’entrata; per poi dover lasciare la macchina in culo ai lupi causa lavori di rifacimento del manto stradale, anch’essi non segnalati. Quasi un chilometro di corsa per evitare di arrivare oltre chiusura e una scalinata ripidissima dopo, la grotta ci ha accolto il tutta la sua magnificenza. Sì, ne è proprio ne è valsa la pena.

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Day 5 -> Kragujevac, monastero di Manasija, Ram

Avevo inserito nel nostro itinerario la città di Kragujevac sì per la posizione, ma principalmente per uno spomenik ed il museo ad esso legato, il Museo del 21 ottobre. È stato solo quando ci siamo trovati a dover parcheggiare che abbiamo realizzato che era proprio il 21 ottobre, e che di certo non eravamo gli unici a voler porgere omaggio alle vittime dell’orribile rappresaglia nazista che ha colpito la città nel 1941. Il museo Užice non era stato che l’antipasto.

Ci siamo uniti alla folla nella passeggiata solenne verso l’enorme parco, dove qua e là sono disseminati vari monumenti. Il protagonista è “Prekinuti let”, il volo interrotto, dedicato all’intera classe del ginnasio presa di mira assieme ad altri centinaia di studenti. Quel giorno vennero assassinati oltre 2800 innocenti (anche se si temono oltre il doppio), il prezzo mostruoso che Kragujevac dovette pagare per il ferimento e l’uccisione di alcuni soldati nazisti. Perché, ricordiamolo, un soldato tedesco ferito valeva 50 vite, uno morto ben 100.
Il vero pugno nello stomaco è stata la visita al museo, un palazzone che richiama lo stile brutalista, concepito come custode della storia e voce di coloro che la persero 59 anni fa.
La radio che legge a ripetizione i nomi delle vittime, la parete con l’ultimo messaggio che gli uomini lasciarono a mogli e figli, la stanza buia disseminata da una miriade di piccole luci, tante quante i loro nomi e, a volte, accompagnati dai volti. Kragujevac come città non avrà molto da offrire, ma vale la pena prenderlo in considerazione anche “solo” per questo. La storia recente della Serbia, dolorosissima, passa di qui.

Il programma della giornata si è decisamente alleggerito nel pomeriggio, nella strada di ritorno verso nord.
Il monastero di Manasija, con la chiesa ortodossa datata XV secolo e le mura medievali che la circondano, è una sorta di oasi nel deserto, con gli affreschi originali uni più bello dell’altro, nonostante i segni del tempo. All’interno riposano i resti del Despot Stefan, uno dei sovrani più celebri del regno di Serbia.
Infine stop in riva al Danubio, sulle mura della fortezza di Ram, recentemente rimessa a nuovo grazie ai fondi provenienti dalla Turchia. Proprio gli ottomani furono gli artefici della sua costruzione a fine XV secolo al fine di controllare e contrastare l’espansione ungherese. Benché le dimensioni siano tutto sommato contenute, la posizione è a dir poco meravigliosa ed il tramonto che abbiamo avuto la fortuna di godere a fine visita uno dei momenti più belli del viaggio. Ed io che pensavo che solo il mare potesse regalarne di così suggestivi!

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Day 6 -> Golubac, Smederevo, Avala

Mi sono resa conto (era anche l’ora) che il filo conduttore di questo itinerario improvvisato in Serbia sono state le fortezze sul Danubio. Ben 5, una più interessante dell’altra, con una sola (e piuttosto cocente) delusione. Eppure la mattinata era filata una meraviglia, con la solita eccellente pekara fornisci colazione e pranzo (3/4€ in totale a dire tanto) e il forte di Golubac, un gioiello che sorge alle “porte di ferro”, dove il fiume da immenso improvvisamente si restringe. La Romania è ad un tiro di schioppo, sulla riva opposta.
Qui hanno lavorato sodo per rimettere in piedi uno dei monumenti simbolo del Paese, molto grazie ai fondi della Comunità Europea e del governo austriaco, sponsor inaspettato. E i risultati si vedono, anche solo dal numero di visitatori, niente in confronto alla manciata che avevamo trovato in ognuna delle tappe precedenti.

La ciliegina sulla torta doveva essere la fortezza di Smederevo, tra le più estese d’Europa, risalente a quando alla città era stato attribuito il (breve) titolo di capitale serba, prima della conquista ottomana del 1459. Purtroppo l’enorme costruzione ha subito gravi danni durante la seconda guerra mondiale, e dal 2009 è oggetto di continue opere di restauro e conservazione. Lavoro immane portato avanti con chiare difficoltà, visto il risultato attuale: abbandonata a se stessa, un po’ come la città. O almeno, questa è la sensazione che traspare.
Capisco le difficoltà oggettive, ma il bastione per cui è richiesto il pagamento dell’ingresso (poco più di 1€) è una pattumiera. C’è di tutto, incluse ragnatele volanti, plastica di ogni sorta, sporcizia “animale”, e chi più ne ha più ne metta. Chissà da quanto non viene pulito, sistemato un minimo. Cioè, stiamo parlando di un monumento di un’importanza enorme, inserito addirittura nell’elenco di nuove proposte fatte all’UNESCO. Me ne sono andata con un senso di disagio, tristezza, immane.

Fortuna che l’ultima di tappa prima di approdare a Belgrado, il monte Avala, mi ha risollevato il morale. Dopo un bel percorso in mezzo alla natura, si arriva alla cima della collina dominata dall’omonima torre, ricetrasmittente radiofonica e televisiva in perfetto stile brutalista. Eppure non bisogna farsi ingannare, il colosso è stato inaugurato appena 10 anni fa. La ragione di tale aspetto? Si è voluto replicare l’originale, distrutta dai bombardamenti della NATO nel 1999.
Nonostante il leggero problema di vertigine che mi perseguita da qualche anno, non potevo rinunciare alla vista di Belgrado dall’alto, sebbene una perenne cappa (di smog?) la avvolga e si veda poco o niente. È stata una bellissima emozione ammirare la città da questa prospettiva prima di tornare, finalmente, a respirarne l’atmosfera unica.
Sarà come ce la ricordavamo?

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Day 7/8/9 -> Belgrado

Sì, Belgrado è proprio come ce la ricordavamo.
Caotica, chiassosa, con un mix di stili che tra loro sembrano non c’entrare una mazza, piena zeppa di cantieri, dal fascino magnetico. Con i vecchini che giocano a scacchi nel parco e i più giovani che si danno appuntamento in Piazza Terazije per scambiarsi figurine.
Due anni e mezzo fa ne avevamo vista una larga parte, almeno per quello che riguarda l’itinerario turistico, per cui stavolta di eravamo ripromessi di:

  • fare “scorte di viveri” (leggi troiai vari) per i mesi a venire, approfittando della presenza della nostra adorata macchinina;
  • visitare a modo il Kalemegdan, la fortezza cittadina che troneggia nel punto in cui la Sava si tuffa nel Danubio. L’altra volta ospitava un mega festival e molte parti le avevamo tralasciate;
  • dedicarci alla street art (io) e, per quanto possibile, all’architettura brutalista (sempre io).

È andata a finire che il programma siamo riuscito a rispettarlo quasi nella sua interezza, tirando un po’ via l’ultimo punto per rimetterci in viaggio ad un orario decente. Un bel incentivo per tornare. Certo è che su un discreto mix di ajvar + rakija + salatini (lo sapevate che gli arachidi li chiamano kikiriki??) + marmellate + dolci targati Eurocrem + dolci targati Jaffa + birre artigianali, le mani ce le abbiamo messe.

Il Kalemedgan ce lo siamo goduti come meglio non avremmo potuto, in una giornata che se non fosse stata per i colori sarebbe sembrata primaverile più che autunnale. Finalmente ho potuto stalkerare Viktor, la statua simbolo di Belgrado, salire su una delle torri, visitare le due chiese; Pavel si è risparmiato per il museo militare, davvero (ma non sorprende di certo da queste parti purtroppo) ben fornito.
L’intermezzo tra i due appuntamenti è stato l’East City Gate, la virtuale porta di accesso alla città per chi proviene da est rappresentata da tre giganteschi palazzoni di cemento dall’aspetto tutt’altro che accogliente. Funzionalità sull’estetica, è un po’ questo il motto del brutalismo. Non so se la sensazione che possano caderti in testa da un momento all’altro sia voluta o meno però…

Le piccole delusioni non si sono fatte aspettare troppo, prima con un tempio di San Sava impietosamente chiuso (i lavori dureranno almeno altri 20 anni, ma ogni tanto è possibile accedere) e un ottimo ristorante nel cuore di Skadarlija, il quartiere bohemienne (leggi il più turistico), dai prezzi raddoppiati rispetto a due anni fa.
Non poteva mancare un piccolo omaggio ai due bersagli più celebri dello spietato attacco NATO del 1999, che non risparmiò certo obiettivi militari come il ministero della difesa, ma anche civili, come la sede della radiotelevisione serba. I palazzi sventrati, così come due piccoli monumenti, sono lì a ricordarcelo.

La visita a Belgrado si è conclusa con una vera e propria caccia alla street art, sia nel “nostro” quartiere, quello di Dorćol, dove la si trova letteralmente ad ogni angolo, sia nella zona compresa tra Brankov Most e Stari Most, che ha da poco assunto il nome di Waterfront. Enormi palazzoni moderni, una passeggiata lungofiume con panchine e food trucks. La zona “chic” è quasi pronta.
Saliti in auto, un ultimo stop all’altra “porta” della città, stavolta quella occidentale. “West City Gate” o, come la chiamano i belgradesi, “Genex Tower“, dal nome dell’azienda governativa che ne ha occupato la metà per decenni. La sensazione nel trovarsi sotto questo gigante di cemento non saprei descriverla se non usando termini panico, vertigini, soggezione, eccitazione. Ho scoperto che ci sono appartamenti in affitto per i turisti, quasi quasi alla prossima…

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YAY & NAY del viaggio  + ultime impressioni sulla Serbia

Non perdere ore al confine croato ✘
Non farsi mettere l’auto sottosopra alla dogana tra Croazia e Serbia
Riuscire a capire qualcosa di più sulla storia passata e più recente della Serbia
Andare a caccia di spomenik
Evitare strade allucinanti ✘✘
Sprecare tempo prezioso in coda nei luoghi più impensabili
Farsi guidare dal dolce cucciolone randagio di turno senza sentirsi morire dentro ✘✘
Andare a curiosare per mercati ortofrutticoli portandosi a casa qualche prodotto locale
Salire su una chiatta, auto inclusa, per attraversare il Danubio da Ram a Stara Palanka ✘✘✘
Ingozzarsi di ćevapi come se non ci fosse un domani
Resistere al richiamo della pizza dopo una settimana di carne ✘ (a mia discolpa, ad un piccolo forno per pranzo al posto del burek)
Farsi una cultura sulle abitudini alimentari dei serbi
Salire sulla torre di Avala
Assaggiare l’omonima torta all’hotel Moskva di Belgrado
Ammirare i progressi dei all’interno del tempio di San Sava ✘ e perdersi nell’oro della sua cripta ✘
Riuscire a parcheggiare con la stessa nonchalance di un serbo di città ✘✘
Non essere vittima degli strombazzamenti folli dei guidatori belgradesi ✘✘✘
Andare a caccia di murales e degli edifici simbolo dell’architettura brutalista
Amare Belgrado come la prima volta
Sperare di tornare in Serbia tra qualche anno e trovare un po’ più di civiltà ed empatia (che, sia chiaro, deve partire in primis dallo Stato) verso gli animali.

Sì, questo è un aspetto che mi ha segnato davvero moltissimo, e che ha influenzato un po’ tutto il viaggio. A peggiorare la situazione, una volta tornata a casa ho fatto quello che (fortunatamente direi) non avevo fatto prima di partire, ovvero cercare informazioni in rete. Mi ero preoccupata dallo stato delle strade, di possibili difficoltà di comunicazione, di chissà cos’altro, ma l’unica problematica che si è rivelata seria non mi aveva nemmeno sfiorato.
Ecco, ti invito ad informarti in proposito, anche se quella che ti si aprirà davanti è una realtà schifosa, inimmaginabile, eppure appartiene ad un mondo geograficamente molto vicino al nostro. Sto cercando di scovare qualche associazione (sono tutte di volontari) che aiuti davvero i randagi per dare un mio piccolo contributo, non appena ne ho individuata una degna di nota provvederò a linkarla qui. A tutti coloro che decideranno di fare altrettanto, grazie.

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